La Società Storica Vigevanese | La Camera Picta di Carlo Zanoletti

 
 

   
  Nel contesto dell'operare dei singoli artisti si incontrano, a volte, momenti destinati a richiamare l'attenzione in maniera del tutto particolare. E'questo il caso della "Camera picta" di Carlo Zanoletti, artista vigevanese che della città natale ha celebrato uno dei momenti più liricamente significanti: il "Fiume Ticino". Di questo suo amore per la natura che prende vita ai margini della città, e che diventa momento di svago e riposo per molti dei vigevanesi, Zanoletti ha ripreso ogni suo motivo in opere di grande significato poetico diventandone celebrato cantore. Questo particolare modo di vivere la natura si svela poi nella sua piena maturità, a distanza di quasi mezzo secolo dalla data di nascita, in un'opera del tutto singolare e che dà la misura di quanto l'autore sappia interpretarla. La "Camera picta" per l'appunto. Si tratta di un ambiente di modesta dimensione organizzato pittorica- mente in modo da descrivere la visione a tutto campo del panorama fluviale da parte di un osservatore che si trova comodamente seduto alla fresca ombra di un gruppo di alberi fronzuti. Sulle pareti prendono vita i momenti significativi dell'attività che ne esalta le rive ed il fluire delle acque. Il lavoro, lo svago, il riposo e le feste campestri emergono dalle pareti in un continuo susseguirsi di personaggi intenti alle più varie operazioni. Ma ciò che domina il tutto è la maestosità e la sovrana pace della natura. Una visione che si distacca dalla descrizione oggettivamente naturalistica per diventare simbolo di una primordiale forza generatrice. Già nel 1970 appariva sulle pagine di un settimanale locale un articolo dal titolo "Carlo Zanoletti o della pittura panica" dove questo particolare aspetto della sua produzione veniva messo in evidenza. "Osservando l'attuale produzione di questo artista vigevanese" - si leggeva - "si resta come attoniti, ci si trova di fronte a tele dove il paesaggio perde ogni suo valore di fatto descrittivo, per assumerne uno che giunge a simbolo monumentale della natura intesa in senso panico. Direi addirittura, e mi si perdoni l'accostamento, che ci si trova di fronte a delle icone realizzate per celebrare il grande mistero panteistico e pronte ad essere poste su di un altare dedicato al creato" (I). Questo finisce con l'essere il vero significato della "Camera Picta". Realizzato nel 1960-61, su progetto del professar Mario Bonzanini, l'ambiente veniva progettualmente destinato quale fulcro dello spazio organizzato ai momenti quotidiani del vivere e quale "atrio arcadico" di introduzione ad un ambiente predisposto in opposizione del vivere nel contesto urbano. Venivano in questa maniera, nelle intenzioni dell'ideatore del progetto, ripresi motivi tanto di antica che di recente pratica decorativa. Già in epoca romana, dove si trovano magnifici esempi di questa prassi tanto a Roma quanto a Pompei, si ambiva alla creazione di spazi aperti tesi a dare ampio respiro a locali di ridotta o normale dimensione, creando architetture aperte su immaginari giardini e boschi popolati di animali domestici e di volatili. Avanzando nel tempo ritroviamo grandiosi esempi di questo modulo operativo, che tende a superare la semplice decorazione in epoca rinascimentale, ci basti ricordare il Veronese di Villa Maser, per arrivare, nell'epoca contemporanea alla nascita del lavoro di Zanoletti, alle gigantografie fotografiche che, provenienti da una consuetudine francese, venivano applicate alle pare- ti delle abitazioni del nostro tempo, le cui dimensioni tutti conosciamo, allo scopo di creare spazi virtuali di ampio respiro. Risulta, da quanto sopra sottolineato, come l'intenzione del professar Bonzanini fosse quella di fare dell'atrio padronale, che come tale viene qualificato nella pianta progettuale, un momento di sereno avvicinarsi all'ambiente della quotidiana intimità, un motivo di distacco dagli impegni della vita operativa e di introduzione ai momenti di riposo fra le mura domestiche. Una forte cesura fra la vita complessa e nevrotica della città e la serenità dell'ambiente famigliare. A questo risultato concorrono anche le qualità pittoriche del manufatto. Pensato in origine come opera a buon fresco veniva poi realizzata con la tecnica dell'olio su pannello ligneo, tecnica più confacente alle caratteristiche professionali dello Zanoletti, che proprio in questo lavoro dà misura delle sue grandi qualità di lirico interprete della natura, fatto che risolve con un sapiente e naturale uso del colore, acutamente piegato alle necessità espressive dell'opera. Indipendentemente dalle qualità emozionali che emergono nel trovarsi immersi all'interno dell'ambiente, mi pare doveroso il segnalarne pure il notevole impegno operativo. Si tratta, infatti, di una superficie dipinta oscillante fra i 25 ed i 27 metri quadrati, vicina pertanto a quella delle grandi pareti decorate dai grandi del passato. Ci troviamo dunque di fronte ad un'opera unica e sconosciuta pure alla maggior parte dei vigevanesi appassionati d'arte e difficilmente avvicinabile in quanto interna ad un'abitazione privata, proprietà di Vito Pallavicini, altro vigevanese da tutti conosciuto. Carlo Zanoletti, come si è detto in apertura, nel tempo del suo operare ha dato vita a molte opere dedicate al Ticino, elevandone il significato a motivo poetico fuori dal reale oggettivo, ma quella che viene ora evidenziata, per la prima volta, merita una particolare segnalazione per il significato che assume nel contesto di un progetto inteso a dare senso intimo alla vita víssuta nel "privato" della famiglia.

(I) G. Franzoso, Carlo Zanoletti o della pittura panica in Vigevano 2000, 5 Settembre 1970.

Giuseppe Franzoso
   
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