La SocietÓ Storica Vigevanese | Biografie | CARAMUEL LOBKOWITZ Juan

 
  CARAMUEL LOBKOWITZ Juan  
 

Madrid 23 maggio 1606 - Vigevano 7 settembre 1682
Vescovo di Vigevano
Juan Caramuel Lobkowitz nacque a Madrid il 23 maggio 1606 e fu battezzato il 4 giugno successivo nella parrocchia di San Martino, dove si trova ancora il suo atto di battesimo. In esso leggiamo anche i nomi dei genitori: Lorenzo e Catalina. La vita del Caramuel fu veramente 'svariatissima, occupatissima, meravigliosissima', come scrive il Tadisi, suo primo biografo. Il Caramuel fu uomo del Seicento, un secolo che da qualche tempo ha migliore considerazione presso gli storici. Del Seicento contrasse soprattutto il difetto del superfluo, ma ne coltivò anche lo spirito di tolleranza e di libertà contro l'assolutismo, l'integralismo giansenista e l'autoritarismo filosofico in particolare nelle scienze naturali. Possiamo distinguere nella vita del Caramuel quattro periodi, secondo i luoghi dove dimorò: in Spagna; poi, ma non sappiamo da quale anno preciso, nei Paesi Bassi, occupati dagli spagnoli; dal 1644 al 1655 lo troviamo in Germania, in Austria e in Boemia, ossia nei paesi dell'Impero; dal 1655 al 1682 visse in Italia, eccetto un breve ritorno alla corte imperiale. In Italia soggiornò a Roma, poi dal 1659 al vescovado di Campagna, nel Regno di Napoli e dal 1673 a Vigevano, nel Ducato di Milano, fino alla morte, avvenuta il 7 settembre 1682. Il suo atto di morte è conservato nei registri della parrocchia di Sant'Ambrogio in Vigevano.
1 - Il primo maestro dei Caramuel fu suo padre Lorenzo; ebbe poi altri maestri privati; frequentò le scuole pubbliche di Madrid, dove i Gesuiti gli insegnarono grammatica, retorica e poetica. Da scolaro, Caramuel fu un piccolo contestatore circa il metodo allora usato nelle scuole; tuttavia lo studio della grammatica e della poesia lo affascinò per tutta la vita; come pure quello delle lingue antiche e moderne; dotato di straordinaria memoria, arrivò a conoscerne ben ventiquattro. All'Università di Alcalà Caramuel apprese la filosofia e divenne abilissimo nell'uso del sillogismo. Superò gli esami di baccalaureato con una lectio sulla Logica infinita. Intanto maturava la sua vocazione religiosa. Ad Alcalà conobbe religiosi di vari Ordini; alla fine si senti attirato dalla regola dei Cistercensi. A ventun anni fece la sua professione religiosa, e, da quanto scrisse lo stesso Caramuel sulla vocazione religiosa, dobbiamo dire che in lui essa ebbe una corrispondenza ben meditata. Seguì gli studi teologici in un'altra prestigiosa università spagnola, Salamanca, dove poté ascoltare eccellenti insegnanti di diverse scuole teologiche. Ancora studente, fu scelto come campione dell'Università di Salamanca in una sfida teologica contro quella di Alcalà, rappresentata da un provetto professore. Compiuto il corso degli studi circa nel 1628, al Caramuel fu affidato l'insegnamento pare in vari luoghi, meritandosi il titolo di Dottore chiarissimo. Ma di questi ultimi pochi anni passati in Spagna finora si conosce poco.
2 - I Paesi Bassi erano il crocevia politico europeo, e Lovanio era il cuore della cultura europea. Non sappiamo l'anno del suo arrivo al collegio di Aulne diretto dai Cistercensi; sappiamo che nel 1635 partecipò attivamente alla difesa di Lovanio, assediata dai francesi. E questo fu solo il primo assedio sostenuto vittoriosamente dal Caramuel. Il nostro doveva essere a Lovanio già da qualche tempo se egli stesso, nella Mathesis biceps, ricorda una lezione del teologo matematico Ignazío Derkennis, ascoltata a Lovanio nel 1632. Lovanio in quel tempo non era perturbata solo da scontri militari: tempestose discussioni teologiche agitavano la sua università. Mentre continuava gli studi per ottenere il dottorato in teologia, Caramuel, curioso di tutto lo scibile, si interessò di steganongrafia, dedicò traduzioni e composizioni ai personaggi che incontrava e che si faceva amici. L’anno 1638 portò molte soddisfazioni al Caramuel. Dopo essere stato sottoposto a esami severissimi, finalmente il 22 settembre venne dichiarato dottore in teologia, ricevendo, secondo l'uso dell'università di Lovanio, il titolo di Esimio. Nello stesso anno ebbe il titolo di Abate di Melrose in Scozia, dove certo non tirava buona aria per un abate cattolico, e per di più spagnolo, che volesse prenderne possesso. Tra le polemiche e controversie del periodo lovaniense va segnalata soprattutto quella giansenista. Il giansenismo nacque dalla confusione tra i concetti teologici di naturale e soprannaturale; esagerava la necessità della grazia, affermava la corruzione intrinseca della natura umana, insegnava una predestinazione di tipo calvinista, esigeva dall'uomo un rigorismo morale privato di ogni speranza. In una Memoria, conservata tra i manoscritti. il Caramuel poté affermare: "Fui il primo dottore a combattere pubblicamente contro Giansenio e per sei mesi il solo". I giansenisti, poi, non perdonarono più al Caramuel di essersi opposto alla loro eresia e lo perseguitarono anche dopo la sua morte, deridendolo per alcune sue opinioni. Riuscirono anche a far condannare dall'autorità ecclesiastica alcune sue proposizioni di teologia morale, senza però nominare l'autore. La questione giansenista non procurò al Caramuel soltanto dei nemici; gli offrì anche la fortuna di essere conosciuto da Fabio Chigi, allora nunzio in Germania, poi cardinale segretario di Stato e infine papa con il nome di Alessandro VII. Tra i due si avviò una corrispondenza che divenne sempre più frequente. Il Chigi, eccetto qualche nube passeggera quando Caramuel si appoggiò troppo all'imperatore Ferdinando III, fu per il nostro un sincero amico e prezioso protettore.
3 - Il 9 febbraio 1644 Caramuel lasciò Lovanio. A Colonia conobbe personalmente il Chigi ed altre persone note per i loro studi; si fermò qualche giorno a Francoforte, sede di celebri stampatori e librai. Presso uno di questi trovò il testo delle Obiectiones di Gassendi alle Meditazioni metafisiche di Cartesio e le Reponses di questi. Da Kreutznach, dove era arrivato dopo breve sosta a Disibodenberg, Caramuel scrisse la Epistola ad Petrum Gassendum e la fece pervenire al destinatario attraverso Marin Mersenne, amico del Gassendi e di Cartesio. Anche Caramuel scrisse le sue Anímadversiones con le quali intendeva: chiarissimamente dimostrare che nulla era stato dimostrato da Cartesio. Altri manoscritti del Caramuel trattano della filosofia di Cartesio, ma solo in modo frammentario. Per la presente ricerca basti rilevare come il nome dei Caramuel sia sempre più unito a quello degli studiosi del suo tempo. Nel luglio del 1644 è a Spira, poi a Frankenthal, dove durante l'assedio abbozzò l'Arte militar, che troveremo nel trattato sull'architettura. Ma in quel tempo cominciano a destarsi nel Caramuel altre aspirazioni. Aveva trentanove anni e si presentava l'occasione di diventare vescovo coadiutore di Magonza; si raccomandò a Chigi, che si mostrò benevolo; ci fu una specie di designazione, ricevette congratulazioni anche da Marco Kircher; ma la conferma definitiva del titolo, e tanto meno la consacrazione, non arrivarono. Dopo aver peregrinato in diverse città della Germania, Caramuel conobbe di persona l'imperatore Ferdinando III, il quale lo nominò d'autorità abate dei due monasteri benedettini unificati delle città di Vienna e di Praga; ma insieme lo incaricò di visitare, come esperto di architettura militare, le fortezze mal ridotte di Ungheria. Nello stesso tempo, siamo nel 1647, l'imperatore lo volle anche precettore del figlio, predicatore reale, consigliere aulico, residente spagnolo, primo cappellano dei regno di Boemia, la patria di sua madre. Fece di più: lo nominò vescovo di Rosco in Erzegovina; ma era un nuovo titolo episcopale vuoto, non solo perché senza conferma da Roma, ma soprattutto perché l'Erzegovina era occupata dai Turchi. Nel 1648 Caramuel si trovava a Praga come abate del monastero di Emaus. Era l'ultimo anno della guerra detta dei trent'anni. La notte del 26 luglio gli svedesi di sorpresa assaltarono Praga, facendo prigionieri alcuni ufficiali e perfino il cardinale arcivescovo. Caramuel fu salvo e prese parte valorosamente, più con l'arte militare che con la spada, alla difesa della parte della città posta sulla riva destra della Moldava. Dopo trent'anni di guerra, e quattro di trattative per farla finire, il 24 ottobre 1648 venne finalmente firmata la pace, che poneva alla pari i diritti dei cattolici, dei luterani e dei calvinisti. Ma quella pace turbò il rapporto che il Caramuel aveva con tanto impegno coltivato con il nunzio Chigi. Questi, diplomatico del papa, era, per la sua posizione, alquanto intransigente e contrario ad arrendersi alle richieste dei protestanti. L’imperatore Ferdinando, tenendo più alla sicurezza del suo impero che all'integrità della fede, era invece favorevole ad una composizione di fatto. Caramuel si trovò a dover scegliere tra i due. Cercò di non inimicarsi il Chigi, tuttavia il suo spirito di tolleranza lo portò a difendere la posizione dell'imperatore con uno scritto che legittimava la pace con gli eretici. A Praga fu conferito al Caramuel l'incarico di vicario generale del cardinal d'Harrach, dal 1649 al 1654. In tale ufficio manifestò le sue eccellenti doti pastorali, mettendo a fondamento di ogni attività quella catechistica. Compì con molto equilibrio e discrezione il compito di presidente del Consiglio della riforma, una specie di tribunale di inquisizione. Nel frattempo Fabio Chigi era stato nominato cardinale e il Caramuel aveva ripreso la corrispondenza con lui e a desiderare di raggiungere Roma. Il fatto nuovo fu l'elezione del Chigi a papa il 7 aprile 1655; il Caramuel ne gioì e il 23 giugno successivo giunse a Roma. Nel periodo trascorso nei territori dell'impero Caramuel fece amicizia con due illustri studiosi del tempo: Atanasio Kircher e Giovanni Marco Marci, con i quali mantenne rapporti anche in seguito. Con loro Caramuel trattò di matematica, geometria e musica, insieme a qualche bizzarria.
4 - a) A Roma il Chigi, diventato Alessandro VII, nominò Caramuel consultore del Sant'Uffizio e della Congregazione dei Riti. Nel dicembre del 1655 Caramuel ebbe un incontro con la regina Cristina di Svezia, allora giunta a Roma, e ne lasciò un breve ingenuo diario manoscritto. sanno seguente da Napoli arrivò a Roma la peste, durante la quale Caramuel diede esempio di grande coraggio e carità. Non tralasciò neppure lo studio, potendo coltivare, insieme alla teologia morale e alle dispute sull'architettura, la conoscenza delle lingue, in particolare il cinese, l'ebraico e l'arabo. Dopo gli esami canonici, Caramuel ottenne la promozione all'episcopato: venne consacrato il 4 luglio 1657 e nominato vescovo di Campagna e Satriano nel Regno di Napoli. Dopo un ritorno in Austria, Germania e Boemia, raggiunse la sua diocesi nel 1659. A Roma aveva conosciuto molti studiosi e alcuni li ebbe amici, come Jurai ?, un geniale ricercatore slavo, che lo ricordò nella sua Historia de Siberia, dove era stato confinato. Durante il periodo romano Caramuel tenne anche un'amichevole corrispondenza scientifica con Giovan Battista Hodierna, celebre astronomo siciliano; da lui ebbe alcuni preziosi manoscritti, ancora conservati nell'archivio capitolare di Vigevano. b) Nel Regno di Napoli. Le cure episcopali del Caramuel nella diocesi di Campagna furono quelle del buon pastore. Si dedicò veramente tutto a tutti, fino ad insegnare ai fanciulli, oltre alla dottrina cristiana, anche i primi rudimenti della grammatica. Dovette anche sostenere una fastidiosa lite con un barone, e questo fatto l'obbligò a recarsi a soggiornare a Napoli, dove si divise tra tribunale, Università e Accademia degli Investiganti. I quattordici anni passati a Campagna furono per il Caramuel non solo ricchi di attività pastorale, ma anche molto operosi nella composizione di opere, che in parte pubblicò nella tipografia da lui stesso allestita. Tra le opere stampate a Campagna la più importante è senza dubbio la Mathesis Biceps. c) Sfumata la nomina ad arcivescovo di Otranto nel 1670, il Caramuel venne eletto nel 1673 vescovo di Vigevano. Risalendo l'Italia, soggiornò qualche tempo a Roma, fece tappa a Loreto e a Milano. Giunse quindi a Vigevano nell'autunno del 1673; vi rimase per nove anni, fino alla morte, e furono anni sereni. La diocesi di Vigevano aveva allora solo cinque parrocchie e una abbazia. La giornata del vescovo Caramuel fu tuttavia sempre intensissima: alla preghiera e allo studio dedicava quattordici ore; il resto della giornata, tolto il pochissimo tempo concesso al sonno e al cibo, lo spendeva nella santificazione e nell'istruzione del clero e del popolo. A Vigevano organizzò le scuole della Dottrina cristiana, con particolare cura per i fanciulli e i ragazzi. Nella sarcina episcopale dei Caramuel c'era un po' di tutto, perché al suo equo giudizio e saggio parere si ricorreva per le piccole e per le grandi questioni, per i permessi e per le liti. E poi c'erano i suoi progetti e le difficoltà per realizzarli, sulla piazza, lo scalone e soprattutto la facciata del Duomo, al fine di coordinare piazza, campanile, chiesa e la strada adiacente tra loro asimmetrici. Il Caramuel rimase sino alla fine della vita, anche se con qualche acciacco specialmente per la vista, sempre molto attivo nel ministero pastorale. Il vigore intellettuale e la felice memoria lo favorirono nel continuare i suoi studi e a comporre opere che stampava nella sua tipografia. Per la sua maggiore opera teologica, la Theología Moralis Fundamentalis, si servì del famoso editore Lorenzo Anisson di Lione. Il Caramuel difese fino all'ultimo le sue opinioni, ma con grande tolleranza verso quelle altrui. Conservò il buon umore e la pronta arguzia; era un uomo intelligente e buono. Fu vescovo dotto e zelante. Il suo spirito superiore gli permise di sostenere con serena fortezza le ingiuriose polemiche, specialmente teologiche, degli antícaramuelisti, che furono molti e malevoli, e di non esaltarsi per le lodi pericolose dei caramuelisti, che furono altrettanto molti e sinceri. Mori improvvisamente la sera del 7 settembre 1682, mentre in Duomo i canonici cantavano i primi vespri della Natività di Maria; sul suo corpo furono trovati i segni del cilicio. Meritò che sulla lapide sepolcrale fosse detto: Magnus, il Grande!
(PIETRO BELLAZZI IN “POR DON IVAN CARAMUEL – DE LA ARCHITECTURA CIVIL RECTA Y OBLIQUA” SSV/DIAKRONIA - VIGEVANO 1997)

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