La SocietÓ Storica Vigevanese | Biografie | VIDARI Giovanni

 
  VIDARI Giovanni  
 

VIDARI GIOVANNI
Professore nato a Vigevano il 3 luglio 1871. Fin dai tempi del liceo (1889) comincia a far parlare di sé: al termine della terza classe merita una medaglia di bronzo in una gara nazionale di componimento bandita dal Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1890 prende parte a un concorso a premi per la compilazione di dizionari dialettali anche questo istituito dal Ministero e, da questo momento, inizia a dar vita al Vocabolario del dialetto vigevanese. Nel 1893 si laurea a Pavia in filosofia con una tesi sul medico- filosofo Girolamo Cardano. Nell’anno successivo un’altra laurea, questa volta in lettere e con tesi su personaggi de I Promessi sposi. Nello stesso anno vince una borsa di studio per un corso annuale di perfezionamento nell’Istituto Superiore di Firenze. In seguito insegna per pochi anni, come incaricato, nei licei di Chiavari e poi di Voghera. Nel 1897 vince un altro concorso di filosofia nei licei e per quattro anni è docente a Potenza, Sondrio, Vicenza e Voghera, contemporaneamente nel suo saggio Il fascino nell’opera educativa, lamenta l’aridità dei metodi in vigore nelle scuole secondarie e il formalismo didattico e disciplinare che condiziona l’unità del sapere e la richiesta d’interessi spirituali propri della sua idea pedagogica. Nel 1903 è chiamato all’Università di Pavia, dove ritorna dopo dieci anni dall’aver ricevuto, nella stessa, il titolo di dottore. Il Vidari è anche ardente patriota e si getta anche nella vita politica, è stato Sindaco di Vigevano nel 1903 (pochi mesi di carica che lascia per impegni di lavoro) e di Pavia dal 1906 al 1908. Nel 1907, quando è già una responsabilità di rilievo, collabora alla neonata Viglevanum, rivista della Società storica vigevanese di storia lettere e arte di cui fanno parte giovani che, in futuro, sarebbero divenuti famosi nella nostra città: Alessandro Colombo, Giuseppe Ottone, Felice Fossati, Guido Ambrosini e Luigi Barni. Nel 1909 é chiamato all’Università di Torino in qualità di titolare della Cattedra di Pedagogia, poi Preside della facoltà di Lettere e filosofia ed infine Rettore Magnifico. Qui a Torino, ha, tra i suoi allievi, Norberto Bobbio. Nel suo scritto Il nazionalismo e la scuola steso in occasione del primo cinquantenario dell’unità d’Italia, analizzando l’operato dello Stato nei confronti della scuola, lo giudica severamente e dice: “Il contenuto morale che lo Stato ha dato alla scuola è nullo…Se lo Stato è liberale non può non essere liberale anche la scuola istituita dallo Stato, perciò essa dovrà aprirsi a tutti senza limitazioni di classe, di censo, di confessione, di famiglia e compiere la sua funzione educativa senza vincoli esteriori alla sua propria natura di istituto nazionale…in ciò è incluso il concetto di laicismo per un lato e della libertà d’insegnamento per l’altro…” Egli non condivide  la politica del Gentile che, in quel periodo, rivalutava di fatto la scuola privata e confessionale, in concorrenza con la scuola pubblica. Per il Vidari è essenziale la libertà d’insegnamento che considera uno dei cardini di uno Stato liberale. Resosi conto, dopo l’ultima delusione della politica, quanto poco di educativo restasse nel borioso vuoto nazionalismo fascista, torna all’insegnamento, pubblica nel 1922 Le origini della scuola popolare del Piemonte e si dedica all’organizzazione di scuole rurali e popolari, corsi per la formazione di maestri. Segue la sua opera Elementi di pedagogia, pubblicata in tre volumi dal 1916 al 1920: I dati della pedagogia (1916), La teoria dell’educazione (1918) e La didattica (1920). Nel 1930 esce L’educazione in Italia dall’Umanesimo al Risorgimento, altra opera importante unitamente a quella già citata di Elementi di Pedagogia. L’Accademia dei Licei gli conferisce il premio “per le scienze filosofiche e morali” e, nel 1932 lo nomina socio nazionale. La sua fama lo porterà anche negli Stati Uniti dove, invitato dell’Università di Berkeley, tiene per un semestre, lezioni di Cultura italiana. Durante il suo soggiorno americano compie opera di apostolato nazionale tra gli emigrati, prodigandosi in conferenze, visite e colloqui. Al suo ritorno in patria e a ricordo della trasferta fatta, scrive il saggio l’Educazione e la scuola in California (1932) e subito dopo si accinge all’ennesima opera: Civiltà d’Italia nel loro sviluppo storico. Di questa sua fatica vengono alla luce solo i primi due volumi: Civiltà Organizzatrici (1932) e Civiltà Liberatrici (1934, postuma). Le Civiltà d’Italia tracciano le linee della storia d’Italia sotto il profilo delle civiltà a cui diede origine e forma. Distingue le civiltà organizzatrici da quelle liberatrici, nella prima parte della sua storia l’Italia diede luogo a due civiltà organizzatrici, quella romana e quella cristiana; nella seconda fase a due civiltà liberatrici, quella rinascimentale e quella risorgimentale. Si dedicò, abbiamo visto, al Vocabolario del dialetto vigevanese per il quale raccolse con pazienza innumerevoli testimonianze dalla viva voce della popolazione ed anche dalla fedelissima Quaglia Caterina che fu domestica in casa Vidari per oltre cinquant’anni. Per la prima volta veniva fornita anche una piccola grammatica del dialetto completa in ogni parte, dalla nasalizzazione di alcune vocali finali, alla rotacizzazione della “l”, alla vocalizzazione della consonante “r”. Il dialetto, scrive, è parlato unicamente nella città di Vigevano e nella campagna circostante, per un raggio non maggiore a due chilometri. La prima edizione del Vocabolario arrivava alla lettera “D” e ciò non per volontà dell’autore. La pubblicazione avvenne per dispense di otto pagine ciascuna nei fascicoli del periodico Viglevanum. Ma il Vidari aveva redatto le schede preparatorie sino alla “V” (la “Z” non esiste nei vocaboli vigevanesi è resa con una particolare pronuncia della”S”) per l’edizione completa. Grazie alla volontà delle sue  dilette  figlie, Ettorina, Olympia e Graziella l’edizione completa dal Vocabolario del dialetto di Vigevano appare finalmente del settembre del 1972. Il Prof. Giovanni Vidari morì a Torino, divenuta sua città d’elezione per avervi qui svolto la sua attività principale, il 12 aprile 1934, ma volle essere sepolto nella sua Vigevano, la città natale alla quale era profondamente ed indissolubilmente radicato.

 



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